Commento del prof. Nicola Nuti alla mostra di Mino Maccari

Oggi nessuna invettiva o frase a effetto, ma una minicritica, una costruzione di ragionamenti sull’ arte, come usavo fare una volta.
Una nuova galleria che si affaccia sul panorama lunare degli spazi dedicati all’arte del Novecento pare l’urlo solitario del Sioux sulla rupe. Eppure Spazio dinamico arte, a due passi da Piazza Pitti (via dei Ramaglianti), ha avuto il coraggio di inaugurare, in poco meno di un anno, ben tre mostre. L’ultima, ancora in corso, è dedicata a Mino Maccari. Una trentina di opere che rievocano il sapore degli anni in cui l’arte si faceva negli studi, ai tavoli dei caffè prima che nelle gallerie. Fu appunto il giovane Maccari ad accendere il dibattito politico e culturale sulle pagine del Selvaggio, quando, nel 1924, fu chiamato a collaborarvi, o meglio, ad occuparsene in toto. Ed era, lui, effettivamente un selvaggio nell’animo, con l’ irruenza battagliera di un artista poco più che ventenne venuto a Firenze dai colli senesi. Il tratto graffiante e “antigrazioso” divenne subito la cifra della sua pittura e, ancor di più, della sua opera grafica che certo non disdegnava accostarsi ad altri maestri quali Daumier o Grosz. Anche se, in epoca di spettacolarizzazioni e oggettistica varia, si fa fatica a scorgere ancora le scintille di genialità del nostro Novecento, Maccari resta nel novero di chi l’arte l’ha fatta davvero e non per calcolo, mettendosi in gioco, rischiando, perfino, ma sicuramente senza alcun rimpianto. La mostra, che sarebbe potuta essere organizzata anche da un ente pubblico, vale una visita e un attimo di riflessione su cosa eravamo e cosa siamo oggi.

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