IN-FORMA

Spazio Dinamico Arte

ha presentato

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IN-FORMA è una mostra dedicata all’Astrattismo in Toscana e che vuol ripercorrere le linee tracciate dagli artisti che ne hanno fatto parte e che ne sono anche l’avanguardia di quel periodo storico-artistico iniziato dal doguerra ad oggi.

Vi ricordiamo che sarà disponibile il catalogo della mostra con le opere in mostra e con i commenti di Niccolò Raugei, gallerista e responsabile di Spazio Dinamico Arte, del professore Nicola Nuti, curatore della mostra, di Alessandro Lazzeri, giornalista e storico dell’arte, e Claudio Iozzelli, presentatore televisivo.

Per chi si fosse perso il giorno dell’inaugurazione, qui sotto può trovare il servizio realizzato da Toscana Tv con la rubrica “Incontri con l’arte”

 

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Qui potete trovare alcuni commenti e in allegato il catalogo della mostra.

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Questa esposizione, dedicata, sebbene a grandi linee, all’ astrattismo toscano, riguarda, non soltanto il panorama principale di questa giovane galleria, ma, devo dire, anche i miei orientamenti di gusto, cioè quelli di potenziale collezionista. In un’ epoca in cui si fatica a individuare i confini tra le varie evenienze artistiche, spesso non esenti dalle contaminazioni della moda e del mercato, mi sembrava importante trovare un trait d’ union che collegasse, attraverso la storia, alcune esperienze d’ arte all’ insegna della ricerca astratta che si sono sviluppate sul nostro territorio. Certo questi pittori si sono evoluti espressivamente insieme con le vicende di un tempo particolarmente complesso per il nostro Paese, che spesso viene identificato come una provincia dell’impero, tutt’altro che facile socialmente ed economicamente, esposto a vere e proprie “colonizzazioni” culturali. Ma gli artisti presenti in questa rassegna mi sembra che possano dimostrare l’ autonomia e l’ originalità della loro forza creativa coltivata in Italia. Compare quindi in questa breve antologia un segmento di quel lavoro che dal dopoguerra a oggi ha mantenuto carattere contemporaneo, animando quella materia umana che resta il motivo comune e il più denso riferimento formale e informale.
Niccolò Raugei

 

 

Evoluzione poetica dell’astrattismo
L’ intenzione di questa mostra, che presenta artisti toscani attivi dal dopoguerra a oggi fra contigue tendenze, non è fare una somma collettiva di autori più o meno disposti sull’asse del mercato. Piuttosto abbiamo cercato di definire una linea attraverso il tempo che qualifichi l’ astrattismo degli ultimi settant’anni al di fuori delle etichette tout court di “avanguardia” o “sperimentazione formale”, poiché oggi non si tratta più di una corrente, ma di un linguaggio autonomo, uno tra i vari che costituiscono il complesso assunto dell’arte contemporanea. L’ astratto è, in fondo, una parentesi aperta a un’ infinità di situazioni poetiche, morali, sociali, economiche, politiche che diventa, in una più larga prospettiva critica, una traccia di idee articolate e insieme proposte di utopie: il sogno dell’uomo – artista di affidarsi a una superficie dipinta per cambiare la visione del mondo, a partire dal suo studio, dalle pareti delle gallerie che ospitano i suoi quadri. Dall’impostazione ideologica degli artisti di Astrattismo classico agli sviluppi individuali che hanno portato la ricerca di spazi e forme in ambiti più interiori, ogni pittore ha proseguito a lavorare senza farsi scoraggiare dall’indifferenza o dall’esiguità di mezzi a sua disposizione, con la speranza, l’ambizione forse, di partecipare all’ epoca, alla storia, alla definizione dell’umanità del suo tempo. Fino alla fine dell’ultima guerra la pittura astratta in Italia aveva un valore ideologico non dichiarato, come l’ ermetismo in letteratura: permetteva di fare arte con un linguaggio raffinato e rarefatto evitando di compiacere gli schemi celebrativi e retorici del regime. In seguito, a guerra finita, molti giovani ripercorsero le esperienze che erano state loro precluse fino a quel momento: il cubismo e il suprematismo. A Roma Forma (Attardi, Accardi, Consagra, Dorazio, Guerrini, Sanfilippo, Turcato), a Milano Mac (Movimento Arte Concreta, con Baj, Bertini, Dorazio, Nigro e molti altri), a Firenze Astrattismo classico (Berti, Brunetti, Monnini, Nativi e Nuti); dopo l’ esperienza neocubista giovani artisti confluirono in questi gruppi per un rinnovamento del linguaggio pittorico e in polemica con i limiti politici ed estetici del “realismo socialista”. Dal 1948 al 1950 Berti, Brunetti, Monnini, Nativi e Nuti elaborarono, ognuno secondo propri ma non troppo dissimili ritmi, composizioni geometriche che si orientavano alla ricerca del colore puro, la struttura, lo spazio, i moduli ritmici, le tensioni interne. Esaurita nell’ambiente astratto la parabola di un’ arte esibita come avanguardia, i pittori rivisitarono le loro tendenze in maniera meno drastica e più lirica, creando germinazioni preziose sia per i loro contemporanei che per le generazioni successive. Per antitesi la pittura astratto – geometrica ha traghettato l’ opera di Alberto Moretti (1922 – 2012) verso la traduzione informale; la tela si è addensata di un magma materico, da cui emergono sciabolate di colore. Dall‘intensità di violente tensioni cromatiche Moretti approda negli ultimi anni a un disposizione della pagina più sfumata e quasi gestuale, come fosse un colpo d’ ala finale.
Walter Fusi (1924 – 2013) con ila sua opera rappresenta il proficuo inserimento di un complesso corredo emotivo all’ interno delle dinamiche astratte, merito di un percorso inverso, dall’informale all’ astratto geometrico, rispetto agli altri. La collaborazione con la galleria L’ Indiano, dove si incontravano gli artisti astratti, ma anche figurativi come Ottone Rosai, lo fece approdare a un’ astrazione intima e lirica dove ben presto scompare, o viene metabolizzato, l’ordine compositivo dell’astrazione geometrica per far emergere la forma – colore. Il temperamento lirico di Riccardo Guarneri (1933) ha allontanato presto l’artista dall’esperienza informale, facendogli preferire una pagina in cui percezione e contemplazione potessero esprimere quanto di accessibile ci sia ancora per l’ uomo contemporaneo nel rapporto con gli eventi determinati dal rapporto colore – luce. Nella sua adesione alla pittura analitica, la forma non viene descritta o delimitata, ma dissolta nel colore nel tentativo di avvicinarsi al senso di una realtà sfuggente. Pittoricamente irruente, l’ opera di Alberto Gallingani (1938) è caratterizzata da una costante energia compositiva. L’ artista lavora alla fusione dell’immagine informale con la metrica delle proprie intuizioni della realtà, dello spazio. E la materia informale, giocata soprattutto fra i bianchi, i neri e i grigi, gli serve per dare rilievo e affondare quei segni provenienti da una rabbia quasi arcaica: pennellate ruvide e impetuose per difendere gli ultimi avamposti di umanità. Dopo la stagione dell’informale ci si rende conto che la storia del mondo può essere raccontata al di fuori del senso “finito” e dell’involucro descrittivo, al di là dello schema rigidamente astratto. Andrea Chiarantini (1951) coglie in questo discrimine il movente per trasformare il segno in luce, per oltrepassare i limiti della forma. Il suo lavoro libera la materia e il segno dal loro contenitore, poiché viene tenuta presente la possibilità di esprimere forme – immagini e luci con libero gesto: ne deriva la capacità di utilizzare archetipi e memorie visive senza alcun vincolo cronologico, seguendo un flusso unicamente interiore e individuale. Luca Brandi (1961), depurato il suo lavoro da ogni istanza teorica, presenta un approccio formale di tipo minimale, se vogliamo addirittura ieratico, ma non privo di vibrazioni interne. Infatti la sua pagina è frutto di stratificazioni e racchiude una storia non raccontata. Dai monocromi con bagliori metallici ai rilievi appena percettibili della materia, come fremiti sotto pelle, Brandi comunica il fascino dell’imperscrutabile, delle emozioni che cadono sotto il controllo dell’Io e che pure si agitano e gridano sotto la superficie. In questo breve e sintetico (per forza di cose) percorso si è visto dunque che la poetica astratta-informale, il vitalismo e l’incidenza del momento che passa, del particolare sull’universale sono diventati, fino a oggi, dei densi nuclei embrionali in cui si riconoscono ancora gli estremi di ulteriori evoluzioni.

di Nicola Nuti

Fortuna e sfortuna dell’astrattismo

Gli eventi storici tendono talvolta a essere, per così, catalogati, quasi cristallizzati in una memoria compiuta e definita. E’ un po’ il caso di Astrattismo Classico, confinato da critici e storiografia in una sorta di limbo tra paradiso e inferno. La vicenda del gruppo fiorentino di Vinicio Berti, Bruno Brunetti, Alvaro Monnini, Gualtiero Nativi e Mario Nuti e la relativa non fortuna critica s’iscrive in quei tardi anni Quaranta che videro le ricerche astratte nell’occhio del ciclone, tra una critica poco incline alle istanze di rinnovamento e una critica ideologizzata e fortemente condizionata dalla politica culturale di un partito comunista di stretta osservanza sovietica. Può oggi costituire una sorpresa leggere le critiche del tempo rivolte agli astrattisti fiorentini. Se le premesse del rinnovamento dell’arte italiana sono da ricondurre agli anni Trenta tra Milano e Como, tra la Galleria del Milione e gli architetti razionalisti è certo che, per quanto riguarda la rinascita dell’astrattismo è essenziale il gennaio 1945 quando la galleria Bergamini presentò “Arte astratta geometrica”, mostra nella quale con Bruno Munari esposero anche i vecchi astrattisti del Milione: Reggiani, Soldati, Veronesi, Radice e Rho. Questo è un segnale preciso perché in Italia ricompaia la ricerca astratta. Siamo nell’immediato dopoguerra e tra Milano e Roma il dibattito si fa serrato e controverso, all’Astrattismo si contrappone il Neorealismo. Il Movimento Arte Concreta “Mac” (con Gillo Dorfles, Gianni Monnet, Bruno Munari, Mario Soldati, tra gli iniziatori) nasce dall’esigenza di un fronte comune, ma ben presto si avranno diversificazioni ideologiche ed estetiche non trascurabili. Un gruppo di artisti romani che si professano “formalisti e marxisti” danno vita all’esperienza di “Forma 1” (manifesto sottoscritto da Accardi, Attardi, Consagra, Dorazio, Guerrini, Perilli, Sanfilippo, Turcato) e subiscono incomprensioni e critiche da parte dei quadri dirigenti del Partito Comunista Italiano, fino a veri scontri ideologici.
A Firenze nasce nel 1947 il gruppo “arte d’oggi” ideologicamente collocato in ambito socialista e comunista. Per gli artisti e per gli intellettuali che a Firenze nel ‘47 avevano vent’anni, Il comunismo è la palingenesi sociale, è il dissolversi fatale e necessario della vecchia cultura, è l’Arte Nuova che irrompe, spezzando gli schemi. Alle origini c’è una voglia di rigenerazione morale del fare artistico che caratterizza le esperienze nuove del Dopoguerra. Se il gruppo milanese Mac è per un’astrazione in senso formalista, il gruppo prima “Arte d’oggi”, più tardi “Astrattismo Classico” e in fondo anche Forma uno nascono da un sottofondo socio-culturale diverso, come ebbe a dire in un’intervista Gualtiero Nativi: “Il termine concretismo era dei milanesi, a noi non andava bene, la nostra era pittura astratta, ma conservava i prodromi di un “racconto”, di una “figurazione”, racconto di un nostro tempo ove convergono personaggi, idee…” A Firenze dunque con le tre mostre di “Arte d’oggi” nel maggio 1945, marzo 1948 e giugno 1949, gli astrattisti fiorentini presentarono alla Galleria Vigna Nuova con vivaci polemiche la loro esperienza artistica.
Il “Manifesto dell’Astrattismo classico “verrà più tardi, nel 1950, firmato da Vinicio Berti, Bruno Brunetti, Alvaro Monnini, Gualtiero Nativi, Mario Nuti; e compilato dal filosofo Bruno Migliorini, molto corposo e ricco di riferimenti socio-culturali e filosofici. Ma ’”Astrattismo classico” rimase, per la critica ufficiale, solo la variante fiorentina del Mac, e non gli è stato riconosciuto ancora una sua valida autonomia di pensiero e di struttura. Se la storiografia ufficiale, trascorso il tempo della polemica, ha dimenticato o rimosso l’astrattismo fiorentino, questa linea di ricerca ha continuato a esprimersi. “Astrattismo classico” aveva avuto molte difficoltà ad affermarsi sia a Firenze sia in Italia (dal 1947 al 1970 nessuno spazio fu riservato agli artisti del gruppo alla biennale di Venezia). In Italia, del resto, il “Neorealismo” di Guttuso sorretto in pieno dal P.C.I. stava allontanando dalla scena la ricerca astratta. A Firenze si ebbe una sorta di “Rosaismo” e qualche risposta in chiave provinciale al “realismo socialista. In questa stagnante situazione alcuni artisti sentirono la necessità di raggrupparsi con l’intento di fare chiarezza e ritrovare le motivazioni per riaprire il discorso sull’astrattismo fiorentino. Nacque così il “Segno Rosso”. Ripartendo dai concetti che l’”Astrazione Classica” significava nuova classicità, nuova realtà in una città estremamente solitaria come Firenze ma ricca di humus vitale sotterraneo che la legava come un segno continuatore ad Alberto Magnelli, creatore nel 1915 del primo quadro astratto italiano, gli artisti del Segno Rosso crearono una singolare produzione, in buona parte poco nota ma condizione indispensabile per aprire una dialettica tra produzione artistica e società al di fuori dei canoni mercantili, tema ideologico che apriva le premesse per quanto poi sviluppato dallo studio d’arte “ Il Moro”. Contemporaneamente altri artisti continuarono le loro ricerche per così dire in solitario percorrendo percorsi di grande qualità. Se si considera l’astrattismo solo un’avanguardia novecentesca o post novecentesca, se ne limita il significato o addirittura se ne sancisce la fine, ma, se si riesce ad andare oltre, si osserva come questa linea di tendenza sia attiva e presente, come si evidenzia in questa mostra. Un’esposizione che presenta una scelta di artisti che tradiscono certamente un’attenzione ad Astrattismo Classico, a Malevic, a Mondrian e a Magnelli ma anche e soprattutto alla grande arte fiorentina quattrocentesca. Un astrattismo che trae la propria linfa dalla razionalità umanistica della tradizione rinascimentale fiorentina, tra trascrizioni astratte della prospettiva e le metafisiche astrazioni di Piero della Francesca. Una tradizione che ha dato continuo vigore alle istanze di quella che forse è riduttivamente chiamata linea astratta toscana, ma è la storia del divenire di una classicità e creatività che si rinnova e si attualizza. E’ strano come a questa grande e feconda creatività ci sia non sufficiente attenzione da parte della critica nazionale. Esemplare di questa conventio ad escludendum dell’ arte toscana è la mostra “Nascita di una Nazione”, in corso a Palazzo Strozzi, dove brilla non solo l’ assenza degli astrattisti ma anche quella dei non pochi artisti toscani di qualità che hanno operato tra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Settanta.

di Alessandro Lazzeri

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